Le radici filosofiche: Il taoismo (terza ed ultima parte)

30 08 2009

di Marco Forti

continua dai  post precedenti…


Il Taoismo ha influenzato in modo determinante le Arti Marziali.

Per il principio del wu wei le Arti Marziali rifiutano la violenza.

Non bisogna infatti “agire” attaccando, ma semplicemente adeguare l’azione a quella dell’avversario.

È evidente il richiamo alla concezione taoista del wu wei in una delle massime del Karate: “Karate ni sente nashi“, non c’è primo attacco nel Karate.

Lo stesso Lao Zi [Dao De Jing, 68] dice:

“Un buon guerriero non è bellicoso”.
“Un buon combattente non è impetuoso”.
“Un buon vincitore non dà battaglia”.

La morbidezza e la cedevolezza sono qualità essenziali nella pratica delle arti marziali. Non bisogna opporsi alla forza dell’avversario, ma utilizzare la sua forza per batterlo. Ecco perché Lao-Zi [Dao De Jing, 76] afferma che:

“Alla nascita l’uomo è morbido e cedevole,
alla morte è duro e forte.
Tutte le creature, l’erbe e le piante
quando vivono son molli e tenere
quando muoiono son aride e secche.
Durezza e forza sono compagne della morte,
morbidezza e cedevolezza sono compagne della vita.”.

Nel Dao De Jing è inoltre messa in evidenza l’importanza di non sottovalutare mai il proprio avversario [Dao De Jing, 69]:

“Non v’è maggior sventura che osteggiare alla leggera;
se osteggio alla leggera
son vicino a perdere quel che m’è più prezioso”.

L’umiltà deve essere una delle virtù fondamentali di un capo:

“Un buon comandante è un uomo umile”.

Anche le tecniche taoiste fisiche, di respirazione, di meditazione, di circolazione del Qi hanno avuto un’importanza determinante sullo sviluppo delle Arti Marziali che vengono considerate, nella concezione taoista, anche forma di meditazione dinamica grazie alla quale è possibile giungere all’unificazione con il Dao.





Le radici filosofiche: Il confucianesimo (prima parte)

2 08 2009

Inizia, con questo articolo sul confucianesimo, un’analisi delle radici filosofiche delle arti marziali giapponesi.

di Marco Forti

Kong Fu Zi1, venerabile maestro Kong, latinizzato in Confucio, visse tra il VI° ed il V° secolo avanti Cristo in un periodo caratterizzato da una decadenza morale diffusa e da una grave crisi sociale e politica.
Fu principalmente un educatore con l’interesse a ristabilire l’ordine sociale. La sua filosofia non fu mai volta alla ricerca di nuove dottrine ma sempre valorizzata come interpretazione del pensiero degli antichi. Per tale motivo egli spiegava ai discepoli i Libri Classici interpretando però l’antico patrimonio culturale alla luce dei precetti morali alla base del suo insegnamento.
Il fondamento dell’etica confuciana è ren, la sensibilità umana. Ren è la virtù suprema, che rappresenta le qualità umane al meglio di sé.
L’essenza di ren è sintetizzata nelle seguenti massime confuciane:

«Ren consiste nell’amare gli altri
Non fare agli altri ciò che non desideri sia fatto a te
Fai agli altri ciò che desideri sia fatto a te»

Nelle relazioni tra due individui ren si manifesta in zhong (lealtà reciproca) e in shu (altruismo). Secondo Confucio, chiavi del buon ordine erano i riti (li) e la musica, che, oltre alla fondamentale importanza per le cerimonie religiose e politiche, secondo Confucio, possedeva il potere di muovere l’animo umano.
Egli ebbe in grande considerazione anche i poemi dell’antica letteratura cinese per la loro influenza civilizzatrice ed edificante. Sottolineò l’importanza del corretto uso dei nomi, che garantiva il mantenimento del rispetto delle distinzioni sociali e conoscitive sempreché venisse applicato, per ciascuna di esse, il nome appropriato.
fine prima parte …
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Note:
1. Per la trascrizione dei termini cinesi riportati nel presente articolo è stato utilizzato il sistema Pinyin.







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